Foto storica del Colonnello Aminto Caretto che passa in rassegna gli uomini del 3° Reggimento Bersaglieri - Itinera Progetti Editore

Aminto Caretto il “papà” del Terzo Reggimento Bersaglieri

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Con questo primo giorno di aprile prende il via ufficialmente una nuova rubrica MercoledìStoria nella quale vi presenteremo, con un post settimanale, un personaggio o un evento storico.

La nostra speranza è quella di incuriosirvi e stimolare il vostro desiderio di scoperta della storia, perché come scrisse il poeta latino Marziale “Saper rivivere con piacere il passato è vivere due volte”.

Buona Lettura!

Ci troviamo in una piccola stanza sul fronte del Don nell’agosto del 1942.
L’atmosfera è pesante e densa d’umidità.

Un uomo giace su una brandina, immobile. Accanto al suo giaciglio è posato, come sempre, quel bastone che, da tempo, lo aveva accompagnato sui campi di battaglia, divenendo quasi un suo emblema. Alla sua sinistra, nel fodero di guerra, riposava la bandiera del Terzo Reggimento Bersaglieri.

Ai piedi del letto il capitano Introzzi non riesce a trattenere le lacrime mentre tutti gli altri ufficiali presenti tentano di mantenere un decoroso contegno.

La salma che hanno di fronte infatti non è quella di un ufficiale qualunque, fra i molti caduti in quei mesi sul fronte russo, ma è quella di “papà Caretto”, come ormai lo chiamavano affettuosamente i suoi sottoposti nel Terzo Bersaglieri.

Forse ai più oggi questo nome, Aminto Caretto, può risuonare lontano e semisconosciuto, perso in quei meandri della storia che non sempre è così benevola nel tramandare il ricordo di chi tanto si adoperò per scrivere pagine ancora oggi gloriose.

Il cammino di uomo e di soldato del colonnello Caretto, terminato lungo le placide acque del Don per una scheggia di granata, era iniziato il 7 ottobre 1893 a Crescentino, proprio sulle rive di un altro grande fiume, il Po.

Terzo di tre fratelli, nonostante la sua grande passione per l’architettura, nel settembre del 1912 si iscrisse all’Accademia Militare di Modena dalla quale uscì il 4 gennaio 1914 con il grado di sottotenente.

Con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale il suo destino si legò sin da subito con quello dei “fanti piumati”.

Fu infatti nominato comandante della 14ª Compagnia del XXXVII Battaglione del 4° Reggimento Bersaglieri.

Dopo il suo battesimo del fuoco sulle insanguinate pietraie del Carso venne destinato al 14° Reggimento Bersaglieri, che contribuì con vigore a fermare l’avanzata austro-ungarica sull’Altopiano di Asiago nella primavera del 1916, tanto da meritare la Medaglia di Bronzo al Valor Militare.

Il 1 agosto del 1917 una pioggia scrosciante sferzava il viso del capitano Caretto, inzuppando la divisa ora ornata da un nuovo fregio con in bella vista la scritta FERT.

Quel giorno in pochi avrebbero potuto immaginare quanto quel fregio e il nome che esso richiama, Arditi, saprà determinare, grazie al coraggio di uno sparuto gruppo di uomini, le sorti di un conflitto.

Un mese dopo proprio gli arditi della IV Brigata Bersaglieri avrebbero potuto concorre a scrivere una storia ben diversa da quella che conosciamo.

Schierati nei pressi di Carzano, in Valsugana, erano stati destinati ad un operazione dietro le linee nemiche che, in breve, avrebbe potuto condurli fino alla stessa Trento, distante meno di 30 chilometri.

Ma per quell’autunno la Storia aveva ben altro in programma per quegli uomini che, partiti in 700 da Bassano del Grappa si ritrovarono poi, il 9 novembre, in 250 a coprire le ultime retroguardie che transitavano sul Piave a Ponte della Priula.

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Il 1918 iniziò sotto un cielo plumbeo e gravido di neve per Caretto e i suoi arditi schierati sull’Altopiano di Asiago.

L’obbiettivo era stato definito, conquistare il Monte Valbella a tutti i costi.

A prezzo di grandi sacrifici l’obbiettivo venne infine raggiunto e il reparto di Caretto, carico di onori ma anche decimato nei suoi effettivi, venne destinato ad un periodo di riposo nelle retrovie.

Montello, giugno 1918.
Una colonna di autocarri procede verso la prima linea. Fra il brontolio rauco dei motori un canto si leva destando la curiosità dei numerosi fanti in marcia: “Se non ci conoscete, guardateci nel petto, siamo gli arditi del Capitan Caretto, Bombe a man, Pugnale e bombe a man”.

Le voci di questo improvvisato coro sono quelle degli uomini del XXVI Reparto d’Assalto, destinati a sostenere una sanguinosa serie di attacchi e controffensive fra Nervesa della Battaglia e Giavera del Montello.

In quei giorni perderanno la vita, fra gli altri, il tenente Remigio Gattu e la Medaglia d’Oro Ivo Lollini.

Ma la svolta era ormai prossima, il nemico era stato respinto e il Piave attraversato.

Ci piace pensare che in quell’estate di ventiquattro anni dopo, quando per la prima volta bagnò gli stivali fra i canneti del Don, Caretto ritornasse con la memoria a quei giorni sul Piave e ai suoi arditi, non potendo immaginare che le parole di uno di loro lo avrebbero accompagnato fin dopo la morte.

Luigi Emanuele Gianturco, amico e commilitone, così lo ricorda nel suo libro “Noi del Terzo” : “Il Colonnello è morto, l’ombra è scesa su tutti. Siamo commossi, ma senza lacrime, come egli certo vuole.

Eppure ci giunge il pianto disperato di un sottotenente ferito che chiede: “Il Colonnello! Dov’è il Colonnello?”

È stato sepolto tra i bersaglieri, e gli son sepolti d’appresso, scorta d’onore, gli ufficiali Caduti. E due sentinelle montano la guardia.

La bandiera del Terzo, quella già due volte decorata con la Medaglia d’Oro (una di esse in Russia, premiò le azioni compiute Lui comandante) si è inchinata sul tumulo, nel silenzio.

Ma non si è spenta la sua voce. Egli continua a guidare il suo Terzo, “la sua gente” come usava dire. Quest’uomo che pareva nato solo per la guerra, che nella guerra di Russia resterà come la personificazione del valore italiano, noi lo ricordiamo più che nei suoi momenti di fierezza, in quelli della sua commozione.

Quando il figlio giovinetto trasmise per radio il suo saluto da Milano egli era lì, quasi scontroso, perché nessuno vedesse la tenerezza paterna trasparire dai suoi occhi; quando un canto rompeva l’aria, un canto nostalgico o guerriero, ascoltava, e se al canto seguiva il coro, ed il coro ad un certo punto si affievoliva, egli lo riprendeva reggendolo con la potenza della sua voce. Affidava alla melodia quella commozione interna che non voleva si manifestasse.

Pare che ci ripeta le parole ricamate sulla drappella offerta dalle donne milanesi, che insieme bagnammo nelle acque del Don; le stesse parole della gran Croce del Cimitero di Novo Forminskj: “Solo chi muore può sostar per via”

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